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GLOCAL STONE

La dodicesima edizione dell’International Award Architecture in Stone, all’insegna dell’innovazione dei linguaggi, delle tecniche costruttive e della loro estensione a nuovi territori e culture, propone con il suo catalogo un valido strumento per migliorare la qualità architettonica dei professionisti.

Marmomacc, giunto alla sua 46ª edizione, ha ospitato la presentazione della nuova raccolta di lavori selezionati al Premio Internazionale Architetture di Pietra. I progetti partecipanti sono ormai diventati barometro dello stato dell’arte per l’architettura lapidea. La rassegna in questa edizione ha posto l’accento sulla cultura locale, sul sapiente modo di lavorare concertando tecnica e tradizione. Il primo progetto presentato è il Jacob und Wilhelm Grimm Zentrum di Max Dudler: un edificio che sin dal primo sguardo non lascia dubbi circa la sua collocazione geografica. La sua chiara eco trilitica, che richiama alla memoria l’architettura classica dell’Alberti, ci rimanda alla Berlino neoclassica della Potsdamer Platz di Kollhoff, del Beisheim Center di Hilmer & Sattler und Albrecht e ancora del Marriot Hotel di Bernd Albers, solo per citare alcuni esempi. L’apparente semplicità della griglia della facciata è il risultato di un’attenta analisi operata nella scelta e lavorazione del materiale: lastre di Jurassic Limestone bavarese di 4 cm di spessore rese scabre tramite water jet ad alta pressione, al fine di conferire un aspetto cangiante alla facciata. La simmetria e la geometria regnano su tutta la composizione del complesso: un’opera coraggiosa, la più grande libreria a scaffale aperto della Germania, in un’epoca in cui internet sta cercando di soppiantare il volume cartaceo. Altrettanto ambizioso è il ruolo riabilitativo talvolta affidato alla pietra: antichi luoghi da nascondere per le attività ‘poco pulite’ che in essi si svolgevano, possono assurgere ad ambiti centri residenziali, in risposta alla domanda di un nuovo modo di vivere e abitare in cui si possano coniugare innovazione e tradizione. E’ quanto si è verificato in Galizia a Puente Sarela (Santiago de Compostela), località in cui lo spagnolo Victor Lopez Cotelo ha saputo convertire un’antica conceria in un complesso residenziale. La pietra utilizzata è per lo più di recupero: sono state usate lastre di granito provenienti dai muri di contenimento della zona sia per il muro di cinta che per rivestire il nuovo edificio in cemento armato. Mai come in questo intervento si è potuta esaltare la longevità del materiale lapideo e la sua versatilità, il reimpiego di materiali reperiti sul posto non ha in alcun modo inficiato il valore tecnologico ed estetico del progetto. Le lavorazioni sono state effettuate per lo più in cantiere da una squadra di scalpellini che ha saputo destinare ciascuna pietra spoliata a un corretto utilizzo. D’altro canto il legame fra questo territorio, la Galizia, e la pietra è sin dall’antichità inscindibile e ancora oggi i principali interventi su questo territorio vedono il materiale lapideo protagonista. Proseguendo nella rassegna veniamo catapultati in Tibet e precisamente nella regione del Linzhi, dove un gruppo cinese di giovani architetti, Standardarchitecture, ha realizzato tre piccoli rifugi in pietra rispettando lo spirito del luogo e interpretando in chiave modernista la tradizione costruttiva locale. L’inserimento dei tre edifici, di forma rigidamente geometrica, nel territorio è mitigato dall’utilizzo della pietra locale posata secondo la tradizione da maestranze del luogo; alcuni muri portanti in pietra raggiungono i 60 cm di spessore. Nulla è lasciato al caso: la forma deriva direttamente da esigenze funzionali e di adeguamento al sito. In uno dei tre edifici l’esterno è stato rivestito con una pittura bianca data direttamente sul paramento lapideo per meglio sintonizzarsi con la sensibilità spirituale tibetana. Il risultato ottenuto colpisce per la pulizia che conferisce un che di mistico ed essenziale. Non molto distante, in India, Sameep Padora ha realizzato un’opera particolare anche per quanto riguarda i costi pari a zero. Il progetto è stato donato alla comunità che ha provveduto a riunire una serie di volontari per la sua edificazione. Il tema in oggetto poneva dei vincoli legati alla religione: un tempio hindù deve avere una sala ipostila per pregare ed una cella, per ospitare la divinità, terminante con una torre voltata. La soluzione realizzata coinvolge il territorio: la modellazione del terreno dà luogo a uno spazio aperto per la preghiera. La parte edificata è solo quella della cella, che diviene un edificio simbolico, essenziale, monolitico. In pietra locale basaltica posata alla maniera antica, questa sorta di tholos(1) è totalmente privo della comune decorazione che riveste solitamente i templi di questo genere. La medesima essenzialità governa il progetto dei fratelli Aires Mateus per il Centro di ricerca di Furnas nelle Azzorre: un vuoto progettato come un allestimento teatrale, mascherato da un rivestimento in pietra basaltica. “Il muro di pietra è una delle più alte declinazioni architettoniche della materia (…) stratificata nel dispositivo murario essa (la pietra) esprime un’idea di permanenza che mi sembra fondamentale per la realizzazione di edifici significativi per dimensioni e destinazioni funzionali in riferimento alla città”(2). Il risultato ottenuto è il frutto di uno studio approfondito dei particolari che rendono l’opera assimilabile per la sua precisione ad una scultura.
Il premio ad memoriam è stato assegnato ad un architetto greco, Aris Kostantinidis, famoso per le sue case in pietra frutto di una rivisitazione in chiave abitativa del megaron miceneo(3) e per la sua architettura concepita per un luogo, su un suolo e con il suolo. Il premio all’architettura vernacolare è invece stato assegnato ai Villaggi difensivi di pietra nel Caucaso. Sorti fra il IX e il XIII secolo in Svanezia, una regione della Georgia caucasica, sono composti da edifici turriti che ricordano le nostre case medioevali. La torre, separata dall’abitazione, è da leggersi come elemento di difesa degli abitanti e come elemento architettonico prevalente: dotata di entasi per necessità statiche, all’interno si sviluppa in piani sovrapposti comunicanti tramite un foro nel soffitto ad eccezione dei primi due piani. Le costruzioni sono edificate con conci regolari ricavati dalle rocce scistose della zona, legati con malta, che conferiscono un aspetto policromo alle costruzioni. I villaggi sono entrati a far parte della World Heritage List dell’Unesco(4), ma necessitano tempestivamente d’interventi di recupero. Il comune denominatore della nuova edizione del premio pare dunque essere il richiamo a forme archetipe, che per il loro valore primigenio contribuiscono a rendere universale il linguaggio propriamente locale di tecniche derivate dalla tradizione. Prima il trilite, poi il tholos, quindi il megaron rivisitati in chiave modernista, tornano punto di partenza di una nuova architettura legata al territorio, ma non per questo locale.
Paola Resbelli


A cura di Vincenzo Pavan, Glocal Stone, Arsenale Editrice, agosto 2011, pagg. 160, euro 30.

1) Il tholos è una tipologia sepolcrale tipica dell’età del bronzo e dell’arte micenea, costituita da un vano circolare, solitamente ipogeo, coperto con cerchi concentrici di blocchi lapidei a costituire una sezione più o meno ogivale.
2) Davide Turrini, Manuel Aires Mateus. Un tempio per gli Dei di pietra, Libria, 2011, pag. 59.
3) Grande ambiente centrale con focolare tipico della tipologia del palazzo miceneo.
4) La Lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco include 936 proprietà facenti parte del patrimonio culturale e naturale che il Comitato del Patrimonio Mondiale ritiene siano di eccezionale valore universale.

 
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